Fogli di Viaggio

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Una viandante e la sua isola

Retro cartolina



Testo cartolina

Camminavo raccogliendo racconti ,  camminavo per non sentire il peso di un’isola .

Ero una viandante immersa nel mondo , mescolandomi  ai milioni di volti , io ero in ciascuno di loro , non parlavo , ma guardavo.

Il viaggio era iniziato , davanti a me c’era una piazzetta , immersa in un verde quasi sbiadito  con una commistione di cicche di sigarette  ormai spente ,  in attesa di essere inglobate , smaltite definitivamente ; iì da osservatrice attenta , seduta su quell’altalena vuota e con i piedi penzoloni, chiusi gli occhi e  iniziai a chiedermi se silentemente  la quotidianità routinaria non stesse smaltendo pian piano anche me .

La sigaretta marcisce in un angolo , senza poter mettere radici , rimane li , eppure dovevo tirare fuori  la voce e sebbene cercassi  qualcuno che iniziasse a spingermi su quell’altalena , iniziai a spingermi da sola ; io potevo bastare a me stessa , però un pianto isterico interruppe quel silenzio .

Appresi che in quel parco abbandonato al centro della mia isola non ero sola , così voltandomi inconsciamente il mio viaggio era iniziato , vidi  che dietro un angolo come me , c’era una nuova storia , un nuovo volto , e se la vita è fatta di angoli con  spigolature più o meno importanti  , ho capito di voler dar peso ai dettagli che noi consideriamo insignificanti.

Gli spigoli , l’insensatezza , il brutto mi attrae perché non è mai scontato , perché dove nessuno osserva a volte chiudere gli occhi serve anche ad aprirli al tempo stesso ; delle contraddizioni , del filo in bilico mi continuo a nutrire , perché mi sento viva nel raccontare le storie che nessuno ha  intenzione di raccontare , perché la scomodità  di una sedia  a volte può essere un inizio ,perché la diversità di una vita , di una voce fuori dal coro di sentenze , di giudizi  , può essere il punto di non ritorno , di quel cambiamento  che va  perseguito .

Era una bambina dagli occhi scuri , con una pelle scura che stava sul ventre della madre nigeriana , si divincolava e lei tentava di farla stare in silenzio , eravamo sei occhi sotto un cielo stellato e un silenzio smorzato , erano sole al mondo , il marito era morto in mare , non quel mare in cui ero naufragata , quel mare in cui  nessuno naufraga in cui tutti muoiono , senza poter mettere piede sulla terra ferma , in un mare di acqua  : subissato di speranze , di desideri , di voglia di sopravvivere , la stessa voglia che lei aveva fortemente radicata nella sua testa , nel nuovo inizio , nella necessità di una nuova concreta realtà .

Mi sentii in colpa , io mi nutrivo di sogni interiori , di fittizi radicamenti in una terra in cui ero cittadina , ma che non sentivo mia , la mia terra interiore non era la sua terra reale a cui si era aggrappata con tutte le forze , lontana dalla sua terra natia , dalla sua terra interiore , scardinata da sicurezze e con incertezze .  La mia  vita da viandante interiore si estingueva davanti alla sua vita , era stata cuoca , era stata lavapiatti , aveva incontrato milioni di volti, pur essendo senza casa era li , con quel sorriso disarmante e con quella paura negli occhi che trasmetteva  più di quanto immaginassi .

Di Emanuela Puleio (Sicilia, Catania).

 

 

 

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