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L’uomo-ulivo di Ormylia

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Dill sposta la scala e si immerge negli alberi fino a farne parte e scomparire. Con le dita fasciate, le maniche lunghe e una cesta legata al collo tira via le olive, sudatissimo. «Qual è la cosa più difficile del tuo lavoro?», chiedo. «Questo», risponde lui: il suo lavoro. Mi offre di provare: mi impiglio impacciato fra rami e rametti, raccolgo foglie, faccio cadere le olive.
Sono arrivato qui con Giannis al volante, seguendo percorsi per me indecifrabili nella monotonia degli ulivi. Le campagne intorno a Ormylia non sono sempre state così: prima si coltivavano anche meli e alberi da frutto. A partire dagli anni ’90 la riconversione dei terreni ha attirato molti lavoratori albanesi. Dill, ad esempio, lavora per la famiglia di Giannis da sedici anni. I due si sono salutati con grandi abbracci: quando Dill è venuto le prime volte qui, a piedi dall’Albania e senza documenti, Giannis era solo un bambino. Gli abbracci, comunque, sono durati poco: bisogna riempire le casse e portarle da chi si occuperà della selezione delle olive.
Dill torna ogni anno per la raccolta, e guadagna fino a dieci volte quello che guadagnerebbe in Albania. Il padre di Giannis, mi confiderà più tardi, potrebbe dividere il lavoro nei campi tra più persone: i suoi ricavi sarebbero maggiori, ma diminuirebbe il compenso di Dill. E siccome è ormai di famiglia, non se ne parla.
Ogni due ore, Dill si concede una pausa. Si fuma una sigaretta. Ci sediamo ognuno su una cassa e ci raccontiamo velocemente. Come per gli abbracci, anche le parole devono essere dense, essenziali, veloci: finita la sigaretta, si attacca di nuovo.
Quando ce ne andiamo, si vedono solo le sue gambe e si sente la sua voce: sembra che a salutarci sia una creatura fiabesca, metà uomo e metà ulivo.

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