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Homo viator dal Friuli Venezia Giulia

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Homo viator dal Friuli Venezia Giulia

«C’era una lumaca che, pur accettando una vita lenta, molto lenta, e tutta sussurri, voleva conoscere i motivi della lentezza. Così ha scritto Luis Sepúlveda»

Mentre cammino a passo lento verso la stazione Termini di Roma, scappo da una città che si sta svegliando, il ritmo è frenetico, sono io che vado troppo piano, di fronte a quella statua che raffigura Papa Woytila c’è da sempre un piccolo mercatino, delle bancarelle di libri usati e cose che altri hanno “abbandonato”, oggetti che hanno un’anima. Mi piace gironzolarci intorno, l’ho sempre fatto, ogni volta che sono tornato in questa città che ha una storia antica e complicata. Camminare è non fare nulla, qualcuno lo pensa, a volte anche io ed in effetti è così. I miei occhi si posano su un volume, malconcio, dal titolo lento, un «Popolo in cammino» di autori vari, c’è scritto in copertina che parla di Chiesa locale, Pellegrinaggio e traditio fidei, ho pensato: è mio. Soltanto cinque euro, ne costava tre volte tanto un tempo. Ho aperto qualche pagina a caso, il tizio della bancarella mi ha lasciato fare, nessun rimprovero, nessuna occhiataccia, c’è una certa complicità e non è solo il legame che sta nascendo tra venditore e probabile acquirente. Un’altra volta il mio sguardo lentamente si è posato su alcune frasi, «peregrinus, colui che non ha patria, che vaga alla ricerca di un luogo che infine, gli appartenga. Straniero ovunque. Ulisse fu viaggiatore, viator, ma non mai pellegrino» – le pagine ingiallite di questo piccolo volume, già mi hanno catturato, poi un’altra frase: «non è vacanza o gita. Pellegrino è colui per cui non conta il luogo, mentre ha senso l’incontro» – torno indietro leggo sulla presentazione: «Camminare, insomma, tra spazio e tempo: questo il destino, origine e fine dell’uomo». Ho allungato i cinque euro, come uno spacciatore al suo pusher, non ci siamo detti nulla, ma questa è droga buona, non fa male. Approfondire quanto di piacevole ho trovato lungo la strada non può far che bene.

 

Le parole sono importanti, come i passi che ognuno di noi riesce a fare nella vita, non per forza il cammino deve essere identificato in un movimento, quello che noi cerchiamo di spiegare è l’importanza di reagire a quanto di negativo può capitare nella vita, cercare di scorgere il bene dove c’è il male, una cosa semplice. Io lo faccio camminando, altre persone possono farlo con il ballo, con la parola, con altre arti in generale. In quel “noi” ci siamo tutti, gli esseri umani che non si tengono dentro il loro dolore, ma che lo “raccontano”, perché tenersi tutto dentro, logora, uccide. Le parole sono importanti e tante volte solo perché ci dimentichiamo di quanto lo siano cadiamo nel banale, fornendo nostro malgrado false illusioni, chi è quotidianamente nella tempesta non ha il tempo per cadere in questo errore e forse è una fortuna. L’ho sempre detto, io come malato di cancro non posso considerarmi fortunato, ma tante piccole fortune mi stanno accompagnando lungo questo percorso, una è quella di aver capito l’importanza delle parole. Non è mai troppo tardi ed oggi la responsabilità che molte persone mi hanno dato, l’hanno messa a forza nel mio zaino, posso ripagarla solo con la fiducia, con la chiarezza e non con le false aspettative. Quando non ci sarò più su questo pianeta, desidero essere ricordato come un uomo che nonostante la sua malattia ha sempre visto la speranza, non sono guarito, non posso essere operato, non posso andare oltre certe aspettative, in tutte queste cose negative, io ci vedo positivo, ci vedo la vita nonostante tutto, a qualcuno può sembrare poco, ma poi può capitare di girare tra vecchi libri e fermarsi su alcune parole e capire che forse ci appartengono. Nonostante tutto. La ricerca continua.

 

 

 

 

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